EVOLUTION di Lucile Hadžihalilović (2015)

Tra gli scogli aguzzi di un’isola misteriosa, sorge un villaggio abitato da giovani donne e bambini categoricamente maschi. Esplorando i fondali marini, il piccolo Nicolas si imbatte nei resti sommersi di un suo coetaneo. Lentamente, nel bambino inizia a nascere il sospetto che le madri stiano mentendo sulla reale natura dell’isola, nascondendo una scioccante verità.

Terminata la visione di Evolution, si arriva persino a dubitare che l’intera faccenda si sia svolta sulla Terra. Difficile dire se addirittura sia stato sogno o realtà: l’unica certezza è quella di trovarsi di fronte ad un’opera di grande cinema, di altissimo livello. Partner nella vita di Gaspar Noé, Lucile Hadžihalilović costruisce su un gioco di francesismi (mere-madre e mer-mare) la sua personalissima ninna-nanna da incubo. A metà strada tra racconto di formazione e horror biologico, la Hadžihalilović accarezza l’onirico di Lynch e la freddezza di Lanthimos, riuscendo a mantenere uno stile peculiare che sarà difficile da scordare. Supportata da una fotografia e da una colonna sonora sublimi (la danza iniziale dei fondali marini inneggia ad un’armonia melodica inquietante) e da scenari lunari offerti dalle scogliere di Lanzarote, la regista invita il pubblico a mettere in tavola le carte dell’immaginazione, spalancando le porte della libera interpretazione: ogni spettatore è chiamato a forgiare una propria visione del racconto.

Un tema sicuramente affrontato riguarda il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, interamente rivisitato attraverso il punto di vista maschile. Paradossalmente la donna (madre o matrigna?) è vista come un essere freddo, volutamente inumano. Basta guardare le infermiere che di notte osservano in tv la violenza del parto cesareo con un interesse a metà tra il gelido e il malizioso. I bambini invece sono silenziosi e innocenti, prigionieri di una realtà fatta di case di stucco, rivoltanti pasti fangosi e periodiche assunzioni di misteriosi medicinali atti a preservare il corpo dai “cambiamenti” che nella pubertà esso subisce. Ma sarà una curiositas ancora prettamente “bambinesca” a spingere Nicolas verso l’inquietante rivelazione che sovvertirà ogni tipo di biologia umanamente accettabile.

Man mano che si avvicina alla verità, il piccolo sprofonda sempre più nei suoi stessi incubi, volutamente assunti ad archetipo delle paure del maschio in età infantile. Tra le scene più inquietanti, merita la citazione almeno l’orgia (se così possiamo definirla) delle donne sulla scogliera, in piena notte, sotto lo sguardo sconvolto del piccolo Nicolas.

Popolato da silenzi infiniti (le battute si contano sulle dita di una mano) e pregno di una lentezza volta a costruire tensione, l’incubo della Hadžihalilović si dipana tra terra e mare, tra madre e figlio, tra scienza e fantascienza, senza mai soffermarsi a dare troppe spiegazioni, preferendo la sottrazione alla retorica (quando si dice che un silenzio vale più di mille chilometri di inutile sceneggiatura).

È un viaggio visionario che annoierà i più e meraviglierà i meno. Il suo fascino esoterico ed ermetico resta però innegabile.

Voto 8/10

Di Gianluca Rinaldi

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