CINQUANTA SFUMATURE DI NERO di James Foley (2017)

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana (ma tanto lontana), il piccolo Christian Gray subisce abusi e bruciature di sigarette dai loschi figuri che frequentano la mamma tossicodipendente. Oggi, il grande e bietolone Christian Gray risente ancora delle conseguenze psicologiche di questi traumi infantili, svegliandosi di soprassalto nel sonno in preda a spasmi e sudorazioni (neanche stesse sognando le labbrucce o i doppi menti della bella Anastasia Steele).

Con questo incipit pregno di pathos si apre il secondo capitolo della fortunata saga cinematografica che ha incantato milioni di donne di mezze età, al punto da spingerle a masturbarsi in sala con la prima cosa a portata di artiglio (si dice che la maggior parte abbia fatto uso di manici di ombrelli, Google per credere). Tratta dall’altrettanto fortunatissima saga letteraria di E L James, camionista mancata in sovrappeso con uno spiccato talento nella stesura di romanzi su Blackberry, la storia d’amore “violento” tra Ana e Gray riparte da dove l’avevamo lasciata due anni fa, con il secondo che cerca di riconquistare il cuore della prima, infranto dalle indegne sculacciate ricevute dal bel bietolone. Troviamo Ana ormai donna in carriera, corteggiata dal bietolone 2.0 aka il capo Jack Hyde (esatto, Mr. Hyde), e tormentata dalle quasi soprannaturali apparizioni di una giovane ragazza molto simile a lei che dice di conoscerla, la spia mentre dorme, va in giro senza trucco in pieno giorno (gravissimo per una donna sui trenta). In tutto ciò, nonostante un primo rifiuto, Ana cede alle lusinghe di Gray riaccettandolo nella sua vita, a patto che invece di risolvere i problemi tramite il sadomaso, si parli.

E questo ci porta alla morale che il film (“film”, parolone) vuole insegnare: i problemi si risolvono con il sadomaso, non con le parole.

Eh già. La bipolare Ana, donna emancipata e fiera sostenitrice della lettura e del potere della parola, non appena inizia a discuetere con il bietolone si lascia fuggire qualche “Christian, sculacciami!”, o “Christian, portami nella stanza rossa” che lascia presagire ore e ore di seduta di coppia formativa. La piccola principessa sul pisello (!) piange alla vista del bietolone che si atteggia da dominatore ma si eccita al pensiero di essere rigirata nel letto come una bistecca (gli strumenti di Gray rendono bene il paragone con la carne alla brace, vedere per credere). Povera Anastasia: corteggiata da un miliardario stalker che le regala milioni un giorno si e l’altro pure, invitata ai party più belli, invidiata dalle colleghe e dalle amiche. Fossi in lei, mediterei il suicidio.

Ma veniamo a critiche più tecniche: dalla regia mi dicono che la sceneggiatura sia del marito della James. Quando si dice chi si somiglia si piglia. I buchi nello script sono troppi per essere ricordati, vale la pena citarne un paio per i posteri.

  • Nel corso del film viene spiegato ad Ana, per almeno tre-quattro volte, la triste sorte della mamma tossica di Gray, morta per overdose. Nonostante ciò, l’ingenua Anastasia continua imperterrita a domandare “Chris, ma tua madre come è morta?”. E lui continua a risponderle con garbo. Che in realtà la ragazza stia segretamente morendo di Alzheimer? No, già visto.
  • Sul corpo atletico del bietolone appaiono per la prima volta delle cicatrici risalenti, si presume, alla trsite infanzia, che misteriosamente nel primo film non erano mai apparse. Che Gray sia un mutante? No, già visto anche questo.

Escludendo queste piccolezze e il montaggio inesistente, che si spendano due parole sulla recitazione. Dakota Johnson era stata simpatica nel più che sopportabile “Single ma non Troppo”, ma qui, vincolata ad un personaggio indegno, da il peggio di sè. Non l’aiuta Jamie Dornan, che sembra divertirsi a forza quando non dovrebbe: la chimica tra i due è tragicamente penosa. Personaggi di contorno inutili, su tutti una Kim Basinger di plastica nel ruolo peggiore della sua carriera, ovvero quello di una Raffaella Carrà pedofila e baldracca.

E il sesso? Il cosidetto Soft-Porn VM14? Talmente soft che se lo vedesse Von Trier, non avrebbe più il coraggio di essere depresso. Accompagnate dalle immancabili canzoncine pop stile Taylor Swift (che rendono tutto molto soft), gli amplessi sono ripetitivi, volutamente in ombra e decisamente non scandalosi.

Che il fine ultimo dei film sia far uscire il pubblico dalla sala urlando con fierezza: “Io ho fatto di meglio?”, perchè diffcilmente la risposta sarebbe no.

IN CONCLUSIONE: un capolavoro della comicità, indescrivibile.

Voto 1.5/10

di Gianluca Rinaldi

NdR: si segnala la presenza di una scena post-crediti in stile trailer per “Cinquanta Sfumature di Rosso”, terzo e ultimo (si spera) capitolo della saga letteraria e cinematografica. Voci di corridoio affermano che la James sia al lavoro sul suo BlackBerry per un quarto capitolo. Non è finita.

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2 thoughts on “CINQUANTA SFUMATURE DI NERO di James Foley (2017)

  1. Che piacere tornare a leggerti, Gianluca, mi eri mancato!
    Tra l’altro hai scritto un pezzo speciale, in cui l’umorismo si mescola alla tua cultura cinematografica…
    Valeva la pena attendere un tuo nuovo pezzo!

    • Stasera mia moglie andrà a vederlo insieme alle sue amiche.
      Sto meditando il divorzio.
      Nell’eventualità, userò questa illustre recensione a corredo delle mie tesi.
      Grazie infinite 😀

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