PROGETTO REGISTI: DAVID LYNCH – UNA STORIA VERA (1999)

“Quando i miei figli erano piccoli, facevo un gioco con loro. Gli davo un rametto ciascuno e dicevo loro di spezzarlo. Non era certo un impresa difficile. Poi gli davo un mazzetto e dicevo di provare con quello. Ovviamente non ci riuscivano. Quel mazzetto – gli dicevo – quello è la famiglia”

Dopo aver inaugurato la Trilogia dell’Inconscio con “Strade Perdute”, David Lynch si allontana radicalmente dal suo abituale modo di fare di cinema, fondato sull’onirico, il visionario, il bizzarro e l’inquietante, per raccontare la vera storia del contadino 73enne Alvin Straight e del suo lungo viaggio a bordo di un tagliaerba per raggiungere il fratello infartuato con cui non parla ormai da 10 anni. La rottura (solo temporanea, il capolavoro di “Mulholland Drive” è alle porte) con le insidie del subconscio è talmente netta che Lynch stesso definì “Una Storia Vera” come il suo film più sperimentale, dimostrando di essere un regista molto più versatile di quanto si possa credere, e di certo capace di tutto. Parliamo anche di un altro riuscitissimo tentativo di decostruzione di un genere, in questo caso del “road movie” come fu per “Cuore Selvaggio”. Se quest’ultimo poggiava su atmosfere ancora grottesche, surreali e volutamente esagerate, “Una Storia Vera” si muove su terreni diametralmente opposti: è un film malinconico, commovente, profondo, costruito in maniera linearissima ed essenziale. Lynch non dimostrava una sensibilità così delicata e sottile dai tempi di “The Elephant Man”, sensibilità che fluisce attraverso la descrizione del personaggio principiale, un superbo Richard Farnsworth, morto suicida pochi mesi dopo aver ottenuto il titolo di candidato più anziano di sempre all’Oscar come Miglior Attore Protagonista. Nei tre bellissimi monologhi che coinvolgono il personaggio di Alvin Straight, si arriva a parlare dell’importanza della famiglia, dell’ostracismo dei malati mentali, degli orrori della guerra, dei rimpianti del passato.

E della vecchiaia.

“La cosa peggiore della vecchiaia è il ricordo di quando eri giovane”

Nei suoi molteplici incontri “sulla strada”, Alvin osserva un America sorprendentemente solidale, calorosa, disponibile ad aiutare il prossimo. È l’America rurale, l’America delle campagne e dei campi coltivati, lontana dalle fabbriche e dal progresso delle grandi città (tanto odiate e temute da Lynch). Un’America umile ma piena di speranza, accarezzata da tramonti infiniti e ricoperta da una volta stellata immensa e degna di contemplazione. Catturato da una fotografia sublime e da una sempre eccellente colonna sonora (Angelo Badalamenti), il viaggio di Alvin è la profonda metafora di un uomo, pienamente consapevole dell’essere testamento universale di anni intensi e ormai giunti alla fine, e del suo viaggio attraverso un Paese che guarda al Futuro con speranza ed umiltà, appoggiandosi ad un Passato inteso come luogo metafisico in cui vengono forgiati quei valori fondamentali per l’esistenza di ogni essere umano.

Un’odissea catartica profonda e commovente che esplode nella silenziosa riconciliazione finale.

IN CONCLUSIONE: il Lynch di fine millennio si pone in netto contrasto con il Lynch visionario, inquietante e bizzarro degli anni precedenti. “Una Storia Vera” è un grandissimo film, dotato di profondità e sensibilità immense, accompagnato da una bellissima fotografia rurale e da un superbo protagonista. Una riflessione sul passato, il presente e il futuro di una Nazione che procede in parallelo al viaggio di un uomo, ormai anziano, attraverso i ricordi di una vita che si appresta alla fine.

Voto 9.5/10

di Gianluca Rinaldi

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