THE RAID: BERANDAL di Gareth Evans (2014)

Un critico americano ha definito The Raid: Berandal come “Il Cavaliere Oscuro” degli action movies. Io direi che è più opportuno definire Il Cavaliere Oscuro come il “The Raid: Berandal” dei cinecomic, rende più l’idea.

Se a The Raid: Redenzione mancava una cosa (ed era una sola), era la trama: problema risolto. In ben oltre 2 ore di film si sviluppa una storia avvincente e intrigante che vede Iko Uwais sempre nei panni di Rama, recluta altamente addestrata che, dopo gli eventi del capitolo precedente, decide di collaborare con un unità di polizia segreta atta a fronteggiare la corruzione dell’intero dipartimento. Si infiltra sotto copertura in un clan mafioso e finisce, suo malgrado, in una feroce guerra tra bande criminali: unica regola, mai fidarsi di nessuno, neanche della propria famiglia.
Finalmente l’americano Gareth Evans ha ottenuto il budget per girare il film che sognava da tempo. Si esce, dunque, dagli angusti corridoi del capitolo precedente per arrivare in una moltitudine di luoghi diversi e sempre originali. Il regista conferma di saper lavorare eccellentemente in interni: quando Rama, chiuso in un bagno della prigione, ricorda gli eventi che lo hanno condotto in quel luogo, il rumore della porta percossa dagli assalitori viene abilmente coperto dai tuoni del flashback, il tutto un attimo prima che la catena ceda e il combattimento abbia inizio. Ma la cosa sorprendente è come Evans dimostri di saper lavorare in esterni: la battaglia nel fango è, probabilmente, una delle migliori e maggiormente crude e realistiche sequenze di combattimento che si siano mai viste in un film, una scena che non esagero a definire epica, dall’inizio alla fine. Altra scena “en plein air” di riguardo è l’uccisone di Prakoso, killer armato di machete: dopo aver fatto fuori almeno una ventina di mercenari, viene ucciso a sangue freddo in un vicolo innevato. Tra la neve insanguinata si distingue un ciondolo con una foto all’interno ritraente un bambino, il figlio che Prakoso sperava di rivedere presto.
È importante capire come in questo film, e questo è il tema fondamentale e il motivo per cui tutta l’azione frenetica e violenta viene giustificata, è che ognuno combatte per qualcosa: Rama e Prakoso (seppur su fronti opposti) combattono per la famiglia; al contrario, Uco, figlio del boss nel mirino di Rama, combatte contro la famiglia e lo fa per ambizione, così come Bejo, ambiguo e sinistro figuro che si rivelerà presto essere il burattinaio di tutto l’intrigo. Sono proprio questi ultimi due personaggi ad essere al centro del dialogo migliore di tutto il film: un discorso sull’ambizione e sul fascino del potere, condotto mentre una decina di uomini vengono decapitati come animali offerti in sacrificio a delle divinità (Uco stesso si vede praticamente come un dio). Bejo, invece, afferma con sinistra convinzione che “Ognuno ha i suoi limiti”: Evans ci mostra come la meschina eleganza del male celi sotto il suo fascino una cieca crudeltà. È un regista di grande talento, che impiega la lunga durata del film non per riempirla di inutili orpelli scenici ma per lasciare spazio all’approfondimento psicologico dei personaggi.
Quando, dopo 90 minuti, le sorti dell’intrigo si rovesciano, entrano in scena due nuove figure, tarantiniane in tutto e per tutto (caro Quentin fossi in te mi guarderei le spalle): lui, che combatte con una mazza da baseball, ricorda sia i”Guerrieri Della Notte”(non di Tarantino) che i “Bastardi Senza Gloria”; lei, con occhiali da sole e martelli, sembra appena uscita da “Kill Bill”. Da questo momento ha inizio un climax ascendente in piena regola che prosegue con uno spettacolare inseguimento d’auto, che in soli 10 minuti spedisce nell’oblio l’intera saga di Fast&Furious, per poi terminare prima in un una candida (per poco) cucina, con un sanguinoso confronto da applausi fragorosi, e poi in una sala da ballo che richiama i colori di Refn in “Solo Dio Perdona”. La storia termina con un Rama esausto (per la prima volta in due film), le cui ultime parole che udiamo sono proprio “I’m Done”, in italiano “Ho chiuso”. L’apogeo dell’action è stato inequivocabilmente raggiunto: sarà difficile superare questo sudato traguardo per merito di un film che affascina, coinvolge e non annoia mai. Per gli appassionati è un capolavoro, per tutti gli altri resta senz’altro un prodotto di indubbia qualità e bravura.

A mio modesto parere, è il miglior film d’azione della storia del cinema.

IN CONCLUSIONE: 2 ore e 30 piene di intrighi, azione, inseguimenti, combattimenti, sangue, peccato e redenzione. Un piccolo grande film che perfeziona ed evolve il precedente. Evans traccia un nuovo confine tra tutto ciò che è stato fatto fino ad ora e tutto ciò che, forse, si tenterà ancora di fare.

Voto 9/10

di Gianluca Rinaldi

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9 thoughts on “THE RAID: BERANDAL di Gareth Evans (2014)

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